Green New Deal: il governo alla prova degli investimenti

Il riconfermato premier Giuseppe Conte ha indicato un futuro verde ma il suo esecutivo è ora atteso ai fatti, ovvero lo stanziamento di nuove risorse per lo sviluppo sostenibile

Parlamento italiano seduta per sviluppo sostenibile

Il passaggio dalle parole ai fatti ha sempre rappresentato il punto dolente nei settanta e più anni di storia della Repubblica e naturalmente l’auspicio è che la criticità non si ripresenti puntuale dopo il discorso alle Camere del riconfermato premier Giuseppe Conte, sicuramente la presentazione più “green” mai ascoltata in Parlamento.

Tanto celebrativo riguardo il futuro e lo sviluppo sostenibile del Paese, il presidente del Consiglio, quanto generico nell’indicare le mosse concrete che il suo governo intende effettuare nel breve e medio periodo per percorrere questa ambiziosa strada verde. Il primo giudice dell’esecutivo sarà quindi il tempo, quello necessario per varare e mettere in pratica le nuove normative green, con l’avvertenza che ancor più che a Palazzo Chigi, sede del governo, occorrerà guardare a Via XX Settembre, dove alloggia il ministro dell’Economia…

Non è un mistero che in un Paese come il nostro, con il debito pubblico da decenni fuori controllo, i nuovi e grandi investimenti vanno effettuati a costo zero, ovvero i soldi in più che lo Stato deve tirar fuori vengono in qualche modo sottratti da qualche altro capitolo di spesa. Un esempio tipico è quello del superammortamento che attualmente premia sostanzialmente allo stesso modo le imprese inquinanti e quelle più virtuose.

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Rivedere superammortamento e credito d’imposta quinquennale

Dalle parole di Conte – “La cultura del riciclo che deve sostituire quella del rifiuto” – ci si aspetterebbe una pronta rimodulazione della materia con l’introduzione di un meccanismo incentivante e disincentivante per accedere al superammortamento, dando quindi di più alle aziende che investono nella produzione sostenibile e meno alle altre, nel rispetto del principio del costo zero.

C’è poi una misura fortemente attesa da tante piccole e medie imprese che operano già adesso in un regime di economia circolare. Ci riferiamo alla rimodulazione del decreto crescita nella parte che prevede per gli interventi di efficienza energetica, ad esempio sulle abitazioni, la possibilità per il cliente finale di trasformare la detrazione di legge in uno sconto sul corrispettivo dovuto. Un’agevolazione che però va di fatto a scaricarsi sul fornitore che ha effettuato gli interventi, rimborsato sotto forma di un credito d’imposta spalmato su ben cinque annualità. Una dilazione d’incasso che può essere sopportata, specie nel caso di importi non elevati, da aziende di grandi dimensioni, ma che sta mettendo in difficoltà tante piccole e medie imprese green, che poi in Italia sono l’assoluta maggioranza.

Un salto di qualità negli incentivi alla mobilità elettrica

mobilità elettrica si fa digitaleUn altro capitolo importante e quello della mobilità elettrica ed ibrida, dove il secondo esecutivo Conte è chiamato ad un autentico cambio di passo. Partiamo da un paradosso che è sotto gli occhi di tutti: al momento è più facile incrociare per strada una Tesla da molte decine di migliaia di euro che non una ben più economica Nissan Leaf. Un paradosso che però è facilmente spiegabile. Infatti, ancora oggi la maggior parte dei veicoli elettrici ha un costo superiore ai trentamila euro, mentre coloro che vorrebbero acquistare uno dei pochissimi modelli meno cari vengono spesso dissuasi dalla loro minore autonomia e dalla mancanza o scarsità dei punti di ricarica.

In realtà il primo governo Conte è già intervenuto sulla materia con la legge di Bilancio 2019 che ha introdotto una serie di incentivi per il passaggio all’elettrico o in subordine all’ibrido. Provvedimento lodevole nelle intenzioni ma assai lacunoso all’atto pratico. Intanto il monte complessivo degli incentivi disponibili, 60 milioni di euro, è veramente ridotto. Inoltre, a destare grandi perplessità è la limitazione che prevede l’accesso agli incentivi solo in cambio della rottamazione di veicoli Euro 1, 2, 3 e 4, spesso appartenenti a soggetti che non avrebbero comunque la disponibilità per comprare un costoso veicolo elettrico, seppur scontato.

Rete di ricarica adeguata su tutto il territorio nazionale

Mobilità elettrica per uno sviluppo sostenibileL’auspicato cambio passo dovrebbe consistere nello stanziamento di maggiori risorse per gli incentivi e nell’allargamento della platea dei beneficiari, togliendo il vincolo della rottamazione. Altra questione fondamentale è quella dei punti di ricarica lungo la rete stradale, la cui diffusione è tuttora lenta e a macchia di leopardo, parallelamente a quel che accade ormai da anni per la banda larga.

L’esecutivo ha davanti due possibilità per garantire la copertura capillare dell’intero territorio nazionale con le colonnine: puntare su una società pubblica ad hoc o dare precisi input, con un adeguato programma di incentivazione, ai privati che operano nel settore.

Di certo, nell’ottica del costo zero, non si potranno trovare i soldi tartassando i possessori di veicoli Euro 4 od inferiori, che magari già faticano ad arrivare alla fine del mese. Piuttosto, in un’ottica allargata, occorrerà reperire le risorse intervenendo col bisturi su qualcuna delle infinite voci di spesa nei conti pubblici. Che poi è esattamente quel che ci si aspetta da un buon governo, dal suo presidente del Consiglio e dal suo ministro dell’Economia.

Marco Ventimiglia
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Giornalista ed esperto di tecnologia